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Nord Kapp: un'esperienza a Capo Nord

 

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Questo è il racconto dell'esperienza di Diego a Capo Nord: una notte in tenda al Polo.

____ ° ____

N  O  R  D  K  A  P  P

CAPO NORD

«Che cos’è veramente il freddo?

Narrare di cose che tutti conoscono, forse, rimane privo di significato. Ma c’è un freddo che ti prende dentro e che non puoi dimenticare.  

In ambito militare, spesso, si dice ai soldati di guardia che non ci sono grandi differenze tra i -10°C, i -20°C o i -35°C; la sensazione termica è pressoché la stessa, devi solo stare attento all’orologio perché ti congeli più velocemente.

In effetti l’unica cosa sulla quale ti devi concentrare è sul tempo che scorre via, lento come non mai. E’ il tempo e non la temperatura l’elemento con il quale ti devi confrontare.

Come umani siamo in grado d’intervenire su ogni cosa, su ogni dimensione, creando e distruggendo, trasformando e ricostituendo, percorrendo e ritornando, sviluppando e riavvolgendo. Ma il tempo appartiene ad ambiti diversi dalla nostra natura; impotenti di fronte ad esso, lo subiamo.

 Quando sei là fuori osservare l’orologio diventa già un’impresa; è comunque una scelta che ti porta a discriminare tra un valore ed un costo. Ti devi convincere del fatto che la tua curiosità, o meglio il tuo desiderio di sapere, la tua necessità di conoscenza, il tuo bisogno, semplice bisogno, di avere un riscontro oggettivo vale; ha un valore. Quel valore per te, per la tua mente, è superiore al costo, allo sforzo, alla perdita di calore che comunque ogni movimento comporta, soprattutto quando devi spostare gli indumenti per osservare il quadrante di quell’oggetto che segna a che punto sei dal tuo traguardo, dal tuo obiettivo, dall’unica cosa che desideri con tutto te stesso; che arrivi finalmente il mattino, che finisca quella lunga, interminabile notte.

Osservi l’orologio e vedi che sono passati solo pochi minuti dall’ultima volta e pensi che allora non ha avuto senso, non ne è valsa la pena; tutto quello spreco di energia e di calore per cosa? Non è facile accettare che hai sprecato un’occasione, che tutto quel pensare alla fine non è servito a nulla. Non credo sia paura, anzi forse non lo è proprio; è piuttosto l’incapacità di accettare le cose subendole, forse un’istintiva ribellione al fatto che questi momenti ti ricordano di essere immerso in una realtà dalla quale dipendi, ininfluente al tuo controllo.

Il freddo ti avvolge ed in pratica ti immobilizza perché eviti qualsiasi movimento.

La banchisa polare, i ghiacci che esistono dalla notte dei tempi, da quell’inizio imperscrutabile e misterioso per sempre, sono lì a poche centinaia di chilometri.

Tra te e loro c’è solo il nulla.    

 
             Paesaggio norvegese

La mente continua imperterrita a correre, a girare, a macinare; non vuole e non può arrendersi nemmeno davanti all’evidenza.

Che siano passati solo pochi minuti sembra semplicemente impossibile e non lo accetta.

 Forse il gelo che ti penetra attraverso tutto ciò che ti ricopre potrebbe avere influenzato il meccanismo e rallentato la corsa delle lancette; tutto assurdo, ma intanto ci hai provato, altri preziosi secondi ti hanno attraversato e se ne sono andati. Mente e corpo sono come dissociati; sei in balia di una schizofrenia che ti stordisce.

Il corpo con la sua carne ed i suoi muscoli fermi immobili quasi pietrificati per non perdere calore, mentre il cervello macina vorticosamente ogni genere d’immagini, di pensieri, di ricordi, di banalità, di stupidaggini, qualsiasi cosa che ritenga sia materiale per alimentare la sua incessante elaborazione.

Hai freddo, tutto ciò che indossi sembra non servire e ricordi quando sulla coperta del piccolo traghetto, salpato in una pausa della tormenta, il gelo e l’umidità avevano trasformato i jeans in due tubi di cartone indurito impedendoti di muoverti.

Sei arrivato al punto di non avere più brividi e vorresti che la mente rallentasse. In realtà non hai mai capito quale potrebbe essere il limite oltre il quale la mente diventa vittima e prigione di se stessa, il confine oltre il quale si entrerebbe nell’universo della follia.

Ti assalgono due immagini diverse, due considerazioni distinte forse esagerate. Da un lato sai che quando il caldo ed il sudore febbricitanti ti assalgono ed i pensieri scorrono nei meandri più inconsueti del tuo cervello, ad un certo punto devi far qualcosa perché tutto si plachi, si fermi, perché tutto, almeno, rallenti. Cerchi del ghiaccio per abbassare la temperatura e far riposare la mente che non può oltrepassare quel valico. D’altro canto ricordi le storie dei sopravvissuti alle tragedie della montagna, quando il freddo riesce a rallentare tutto ed allora devi fare il possibile perché non riesca a rallentare il cervello, altrimenti scivoleresti in un limbo indefinito, anticamera dell’oblio e spesso della fine.

Ancora una volta capisci di essere di fronte a questa tremenda diade che caratterizza il nostro vivere, la nostra esistenza quotidiana.

Ci confrontiamo sempre con scelte opposte, con ambiti comunque impuri, mai pienamente convincenti, mai definitivi. Il nostro desiderio di unicità, che altro non è che un semplice desiderio di sicurezza e di percorso ad energia minima, si sfalda.

Il vento avvolge la piccola tenda, del tutto inadatta a quella landa desolata, la scuote, la solleva e l’attraversa come se fosse una spugna. Il grado d’umidità dell’aria è altissimo. Questa massa che scende veloce, velocissima giù dal Polo senza incontrare ostacoli, questa massa informe, potente, immane, per sua stessa natura indifferente a tutto ciò con cui entra in contatto, che scivola sui ghiacci e su questo nero mare furioso, priva di coscienza e di memoria, è gonfia di polvere d’acqua che nessuno saprà mai da dove viene e su cosa si sia mai posata prima.

Eppure, se ci pensi, tra quelle gocce ci potrebbe essere quella che si posò sul volto del primo uomo o sulla prima gemma di sale.

Immobile, per evitare qualsiasi dispersione di calore, vorresti alla fine se non dormire almeno riposare, in quella notte folle che nulla ha della notte. Una notte chiara, grigia, perlacea, lucente del colore dell’acciaio, dove nuvole, vento e gocce d’acqua sono attraversate da una luce scostante, fredda, immateriale, priva di calore, che non ti abbandona mai.

E’ la notte artica, quella del sole a mezzanotte.

Serri le palpebre, in una stizza di nervosismo. Non hai molte scelte devi semplicemente attendere che la natura si plachi e ti conceda di rilassarti; tutto inutile.

Il tuo desiderio è lasciare quella terra inospitale, remota, sconvolgente, penetrante dove freddo e solitudine liberano tutta l’inquietudine della tua anima.

Aspetti che ancora qualche ora scorra via, che il sole si alzi ancora un pò e ti permetta di muoverti, di spostarti velocemente a Sud e riprendere il viaggio verso i fiordi accoglienti della dorsale.

Honningsvåg, piccolo scrigno, è lì quasi a portata di mano; Honningsvåg, il cui nome ricorda l’azzurro dello scafo di un peschereccio e lo stridulo richiamo del gabbiano».
 

 


 

   
 
 

 

 

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Nord Kapp - Un'esperienza a Capo Nord

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Data creazione: 05/07/2003

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